TESTI
LETTI NELLA COLLEGIATA DI ARCO
NEL RICORDO DEL CENTESIMO ANNIVERSARIO DELLA MORTE DI
GIOVANNI SEGANTINI.
28 settembre 1999
Giovanni Segantini muore il giorno 28 settembre 1899, sulla cima dello Schafberg, a 2.700 metri di quota.
Ecco il testo del telegramma inviato da Bice Segantini al podestà di Arco, ing.
Carlo Marchetti:
«Sciagura
piombata come fulmine. Segantini morto giovedì mezzanotte cima Schafberg dove
lavorava gran quadro per Parigi tramonto nellEngadina. Sua salma trasportata
qui Maloja verrà tumulata domani».
Enrico Dalbesio, grande amico di
Segantini, descrive così le esequie del pittore:
«Ieri
mattina (venerdì 29) su di una barella la salma veniva portata giù per il
piccolo ed erto sentiero del monte a Pontresina: di là in una bara con un
carro, trasportata a Maloja e deposta nella chiesetta. Seguiva una moltitudine
di gente. Il buon pastore evangelico Hoffmann, che amava molto Segantini, disse
fra i singhiozzi, alcune parole di addio e di benedizione. Quando
disse: «addio, nostro Segantini» si alzò da tutta quella gente, che aveva
imparato ad amarlo, un clamore di pianti, come un ultimo straziante saluto.
La sera tardi, rimasero nella chiesetta il dottor Bernhard ed il pittore Giacometti, amico e discepolo di Segantini. Il primo procedette allimbalsamazione della cara salma: il secondo ritrasse, al chiarore dei ceri, le care sembianze in un vigoroso abbozzo.
"Oggi
il feretro è scoperchiato: Segantini vi riposa, come se dormisse, vestito dei
suoi abiti da montanaro: labbiamo guardato a lungo, labbiamo baciato,
abbiamo pianto silenziosamente, sentendo il gran vuoto che egli aveva lasciato
intorno a noi. Domani, domenica, avranno luogo i funerali. Verrà calata la sua
bara in una fossa grande, cementata, ricoperta duna gran pietra, in attesa di
dargli miglior sepoltura in qualche monumento, che qui gli erigeranno la
famiglia, gli amici; qui in questo bel
sito, fra questi monti, che egli amò, di cui interpretò la vita e lanima
nella sua opera imperitura».
Dalle lettere di Giovanni Segantini
alla scrittrice Neera: Lanima mia.
Nel
corpo, ove il destino lanima mi collocò, ebbi molto a lottare. Fu esso
abbandonato, orfano a sei anni; così solo, senza amore, da tutti abbandonato
come can rabbioso. Io in questo stato di cose non potevo (fare) a meno che
inselvatichirmi, rimasi sempre irrequieto, ribelle a tutte le leggi costituite.
La società coprì il mio corpo di fango e di fame, ma il suo fango e la sua
fame non arrivarono fino a me; anzi più fango gittavano sul mio misero corpo, e
più minvigorivo nel sentimento di pietà per noi tutti miserabili. Non
versai mai lacrima
per i miei dolori; né per quelli del corpo mio; non lasciai mai oziare né
la mente né il cuore e da loro appresi la conoscenza della vita e dellamore
universale. Amai sempre le povere mie compagne, i vecchi ed i fanciulli; perché
parevami che lamicizia dessi, mi purificasse qualche poco. Non cercai mai
un Dio fuori di me stesso, perché ero persuaso che Dio fosse in noi, e che
ciascuno di noi ne possedeva e ne poteva acquistare, facendo delle opere belle,
buone e generose; che ciascuno di noi è parte di Dio, come ciascun atomo è
parte delluniverso. Non cercai mai altra felicità allinfuori dellunica
vera, quella della conoscenza. Amai
e rispettai sempre la donna, in qualunque condizione ella fosse purchè avesse
viscere di madre».
Il giornalista Ugo Ojetti commemora nel
1929, sulle pagine del Corriere della Sera,
la figura di Giovanni Segantini.
«
Vera
in questo solido montanaro, chiomato e barbuto come un profeta, dagli occhi
sfavillanti e, nei ritratti, aggrottati sotto la sbarra
nera dei sopraccigli, unenergia di vita tanto indomabile che non sè
più veduta in nessun artista, e un bisogno continuo di far chiaro in se stesso,
nella propria coscienza quanto nei propri dipinti, magari nella stessa società
e umanità
.ed era in lui quellindubitabile segno della grandezza, che è
lo scontento di sé, il sentirsi incanalato dallopera doggi verso
lopera di domani, ma senza sgomento, anzi con una felice curiosità per la
nuova esperienza ed esplorazione; e poi ancora avanti, ché il corpo ogni sera
saddormenta nel letto, ma lo spirito dorme solo nella tomba».
Il critico Italo
Cinti ricorda così, in una conferenza a Riva del Garda nel 1958, larte del
grande pittore.
«Segantini,
davanti alle sue montagne, sempre più su per vedere sempre più in là (e
furono le ultime sue parole: «Lasciatemi vedere le mie montagne»), si tenne
davanti allopera del Creatore per elogiarlo nelle opere, non nelle
chiacchiere
I
suoi valori positivi sono la spazialità prodigiosa, la rarefazione estrema
dellatmosfera, il fulgore della luce, il cromatismo puro e limpido del suo
divisionismo, quel tanto di autonomia che rivendicava nella composizione ritmica
del paesaggio; e il crepitio del sole, delle erbe, dei sassi, dei rami, delle
rughe infinite delle rocce, del terreno e dei ghiacciai, questa coralità
immensa, innumerevole e concorde che elogia la creazione».
Schafberg, 28 settembre 1899
Arco, 28 settembre 1999
Nel
centesimo anniversario della morte di Giovanni Segantini
Chiesa Collegiata di Arco