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Ricordo di
Giovanni Segantini
A cura del prof. Romano Turrini
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Il 28 settembre 1899 moriva a
Maloja, in Engadina, il pittore Giovanni Segantini. A cento anni dalla morte,
Arco ed il Trentino ricordano il grande maestro del divisionismo italiano.
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"Io
non so cosa sia avvenuto prima della mia nascita. So che ebbi un padre e una
madre e che a loro piacque farsi un nido ad Arco nel Trentino sulla riva destra
della Sarca". |
Così scrive Giovanni Segantini nella sua autobiografia, vincendo la ritrosia
che gli aveva impedito, fino ad allora, di parlare della sua infanzia. La
famiglia del padre, Agostino Segatini, era originaria di Bussolengo, ma nella
seconda metà del Settecento si era trasferita ad Ala. Antonio Segatini (nonno
del pittore) viene segnato nei registri del Decanato di Ala «Veronensis nunc
incola Alae»; praticava larte del canapino, del tessitore.
Agostino Segatini (sarà Giovanni a modificare il suo cognome in Segantini) non
segue le orme paterne e si dedica alla vendita di vino, formaggio e frutta,
aprendo una rivendita in via San Martino, a Trento. Egli sposa in prime nozze
Maddalena Fronza ed ha diversi figli, i quali però muoiono quasi tutti bambini.
Ne rimangono in vita solo due: Napoleone e Domenica, che tutti in famiglia
chiamavano Irene. Essi avranno un ruolo importante nella vita del piccolo
Giovanni. A 43 anni, nel 1851, Maddalena Fronza muore; Agostino nello stesso
anno si sposa con Margherita de Girardi di Castello di Fiemme. La miseria però
attanaglia quella famiglia; lattività di rivendita dà scarsi guadagni, i
loro pochi beni vengono pignorati, i bambini sono affidati ad una zia che
abitava a Bolzano. Agostino e Margherita si trasferiscono inizialmente a Verona,
poi ritornano in Trentino, e precisamente a Mori. Lamministrazione comunale
della borgata concede il permesso di residenza purchè la famiglia Segatini non
avanzi richieste di sussidio. Ed infatti Agostino si rivolge al Magistrato
civico di Trento ottenendo un aiuto di cinque fiorini; ma quando, non riuscendo
con la vendita di chincaglierie a far fronte ai bisogni della famiglia, egli si
decide a chiedere un sostegno economico al comune di Mori, la famiglia Segatini
viene invitata a cambiare residenza. E così nel settembre del 1856 essi
arrivano ad Arco e vanno a stabilirsi in una piccola casa, appena superato il
ponte sul fiume Sarca, sulla sinistra andando verso la città. Era, con tutta
probabilità, lantica sede dei gabellieri, dove si versava il dazio. Il
municipio di Trento continua a fornire sussidi alla famiglia, servendosi dellarciprete
di Arco DallArmi per avere informazioni sicure circa le reali esigenze dei
Segatini. Il 15 gennaio 1858 nasce ad Arco Giovanni Segatini.
La madre Margherita, già di salute cagionevole, soffre nel dare alla luce
Giovanni e non si riprenderà più. «Io la ricordo ancora mia madre
La
rivedo con locchio della mente quella sua figura alta, dallincedere
languido. Era bella, non come aurora o meriggio, ma come tramonto di primavera».
A gravare sul misero bilancio della famiglia, sono ora le spese mediche.
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In rapida sequenza, accadono
poi altri fatti: il ritorno del padre nel trentino, la morte per ascite della
madre, a 37 anni, e l'abbandono del Trentino da parte di Giovanni (aveva sette
anni) che, con il padre, raggiunge la sorellastra Irene a Milano. Agostino
tornerà poi a Rovereto presso un cugino fotografo e lì morirà il 20 febbraio
1866.
Nel 1867 limperial regia Luogotenenza di Innsbruck accorda «ad Irene
Segatini ed al minore di lei fratello Giovanni Segatini il permesso di
emigrazione nel regno dItalia e quindi la dimissione dal nesso di
cittadinanza austriaca». Questa decisione è comunicata il 10 ottobre 1867
alla pretura di Trento ed alla Questura di Milano; ma il pittore non ne avrà
mai notizia.
Seguono per Giovanni, gli anni di Milano; rinchiuso in casa, prova insofferenza
per una vita che soffoca il suo bisogno di libertà. «In questo stato di
cose egli scrive in una lettera alla scrittrice Neera non potevo
a meno che inselvatichirmi, rimasi sempre irrequieto, ribelle a tutte le leggi
costituite. La società coprì il mio misero corpo di fango e di fame, ma il suo
fango e la sua fame non arrivarono fino a me; anzi più fango gittavano sul mio
misero corpo, e più minvigorivo nel sentimento di pietà per noi tutti
miserabili». Diventa ozioso e vagabondo; viene arrestato, processato ed il
9 dicembre 1870 si aprono per lui le porte del riformatorio Marchiondi. Egli
firma il registro dingresso con un segno di croce e diventa allievo
calzolaio.
Forse fu proprio lì che il giovane Segatini svelò a chi gli era umanamente
più vicino le sue grandi doti artistiche. La vita nel riformatorio non faceva
che acuire nel suo cuore lamore per la vita libera. Fortunatamente, nel 1873,
il fratellastro Napoleone, che aveva aperto un negozio con annesso laboratorio
fotografico a Borgo Valsugana, si mette in contatto con la sorella Irene ed
avvia le pratiche per ottenere il suo affidamento. Giovanni torna quindi in
Trentino. Qualche anno prima, nel 1862, Borgo era stata devastata da un furioso
incendio; i racconti dei paesani colpiti da quella recente catastrofe rimangono,
con tutta probabilità, impressi nellanimo del giovane; quando diventerà
celebre pittore, egli donerà un suo disegno, Allarcolaio, per i
colpiti dal disastroso incendio di Tione (1895). Il suo soggiorno nella vallata
trentina dura fino al settembre del 1875; alla soglia dei diciotto anni gli
viene « in mente di abbandonare i buoni contadini e rintracciare la sorella».
Presso Irene, a Milano, trova un domicilio; poi diventa apprendista nella
bottega di un decoratore, lex garibaldino Luigi Tettamanzi, e la sera
frequenta i corsi dellaccademia di Brera.
Così, dopo aver «attraversato tutta leterna pianura della tristezza e
del dolore» realizza i primi quadri ed ottiene alcuni importanti
riconoscimenti; con il dipinto Il coro di SantAntonio (realizzato
sopra la tela di un paracamino) viene premiato a Brera, nel 1879. Scrive lui
stesso: «Non avevo certamente inteso di fare unopera darte, ma
semplicemente di provarmi a dipingere. Da una finestra aperta entrava un
torrente di luce, che illuminava gli stalli intagliati in legno del coro:
dipinsi questa parte, e la resi con efficace ricerca della luce. Qui subito
compresi che, col mescolare i colori sulla tavolozza, non si otteneva né luce
né aria: trovai il modo di disporli schietti e puri avvicinandoli sulla tela
gli uni agli altri, nella stessa dose che avrei adoperata mescolandoli sulla
tavolozza, lasciando che la retina dellocchio li fonda guardando il dipinto a
sua natural distanza». Cè, in queste riflessioni, unintuizione di
quella che sarà in seguito la scelta divisionista, ma egli si mantiene, per
ora, nel solco della miglior tradizione del verismo lombardo.
Ma le medaglie non danno di che vivere ed allora egli si presenta al Marchiondi;
ottiene un incarico per insegnare geometria ai giovani alunni e consegna in
deposito tre medaglie; in cambio riceve venti lire dalleconomo del
riformatorio. Di lui si accorgono i fratelli Vittore ed Alberto Grubicy.
Soprattutto il primo, pittore e mercante darte, diventa una presenza
importante nella vita di Giovanni Segantini. È la sua guida, il suo tutore
quasi; ottiene addirittura lautorizzazione a firmare i suoi quadri.
Nasce poi la felice unione con Luigia Bugatti, chiamata dal maestro, Bice. La
sua vita assumeva, giorno dopo giorno, un significato pieno; il suo spirito
ribelle trovava gratificazioni nella dimensione artistica. La ricerca di sempre
nuovi paesaggi, di occasioni pittoriche lo spingono verso il verde sereno della
Brianza. Egli abita a Pusiano, poi a Carella e a Cornano. Nascono Gottardo
(1882) ed Alberto (1883). AllEsposizione internazionale di Amsterdam gli
viene assegnata la medaglia doro per la prima versione del dipinto Ave
Maria a trasbordo. Nel marzo del 1885 nasce Mario; nellautunno- inverno
dello stesso anno egli vive a Caglio per realizzare quello che rimarrà forse il
suo quadro più conosciuto, Alla stanga. Con questo dipinto, Giovanni
Segantini ottiene un nuovo riconoscimento allEsposizione universale di
Amsterdam. Nel 1888, esposto a Bologna, il quadro verrà acquistato dal governo
italiano per la somma di Lire 18.000.La partecipazione di opere di Segantini ad
esposizioni internazionali a Londra e a Parigi accrescono la sua fama e la
considerazione dei critici.
I suoi soggetti preferiti attingevano alla vita agreste, dove uomini e animali
vivono una vita comune, immersi in una natura che è sempre e comunque amica: «Io
continuo così a lavorare alla mia opera
accarezzando col pennello i fili derba,
i fiori, gli animali e luomo». Tornano, nei suoi quadri, i temi del
lavoro nei campi, del pascolo, della tosatura e della filatura, di una
religiosità discreta, serenamente tradizionale. E proprio la ricerca di questi
ambienti, splendenti di luce e di aria, lo porta, nel 1886, a trasferirsi con la
famiglia (arricchitasi di Bianca) a Savognino, un villaggio delle Alpi
grigionesi, a 1213 metri daltezza. Qui la sua famiglia si accresce di una
nuova presenza: una ragazzina di quattordici anni, Barbara Ufer, diventa la
bambinaia dei suoi figli. Seguirà ovunque il maestro e la sua famiglia; sarà
la modella per molti suoi quadri, sarà per tutti la Baba.
Giovanni Segantini intrattiene nel frattempo una fitta corrispondenza con
artisti, giornalisti, studiosi; ed il suo esprimersi è caldo, immediato,
cordiale. Pur nei limiti di una forma non sempre ortograficamente corretta, le
sue lettere sono un miracolo di incisività, soprattutto se si considera che
fino alladolescenza egli era analfabeta. Nel febbraio del 1891, in
"Cronaca darte", appare un suo articolo, Così penso e sento la
pittura. Egli incontra le simpatie e la stima del gruppo della Secessione
viennese. La sua opera assumeva, nel frattempo, sempre più i caratteri di
quella che diventerà la sua scelta definitiva: il divisionismo: «
e
incomincio a tempestare la mia tela di pennellate sottili, secche e grasse,
lasciandovi sempre fra una pennellata e laltra uno spazio interstizio che
riempisco coi colori complementari, possibilmente quando il colore fondamentale
è ancora fresco, acciochè il dipinto resti più fuso. Il mescolare i colori
sulla tavolozza è una strada che conduce verso il nero; più puri saranno i
colori che getteremo sulla tela, meglio condurremo il nostro dipinto verso la
luce, laria e la verità».
Giovanni Segantini continua intanto ad ottenere riconoscimenti per il suo grande
ingegno artistico: Vacche aggiogate merita la medaglia doro allEsposizione
universale di Parigi nel 1889; altra medaglia doro ricevono nel 1892 Meriggio
(a Monaco) e Aratura in Engadina (a Torino). In questi anni egli
matura anche un proprio orientamento simbolista; entra in disaccordo con il suo
nume tutelare, Vittore Grubicy; i contatti, soprattutto epistolari, si diradano.
Si rafforza invece il rapporto con Alberto Grubicy che diventa il mecenate di
Segantini. Nel 1894, assillato dai debiti, Segantini abbandona Savognino e si
stabilisce a Maloja (1.800 metri), nello chalet Kuomi. Trascorre invece gli
inverni in un albergo a Soglio. Continua a dipingere, a lavorare in modo
incessante; assetato di cultura, acquista libri che la moglie pazientemente gli
legge, mentre lui lavora al cavalletto.
Per l "Exposition internationale" di Parigi del 1900 egli progetta
unopera colossale: Il "Panorama dellEngadina", che avrebbe
dovuto illustrare il meraviglioso paesaggio delle Alpi svizzere. Il progetto,
che doveva ottenere laiuto finanziario degli albergatori engadinesi, viene
abbandonato nel 1897 per scarsità di fondi. Giovanni Segantini non rinuncia
comunque completamente al suo ambizioso disegno ed incomincia a lavorare al Trittico
della natura.
Il ricordo di Arco e del Trentino non si era spento però nellanimo di
Segantini. Egli, già nel 1890, aveva avviato un rapporto epistolare con
Vittorio Zippel, editore ed anche podestà di Trento, che lo invita a passare
qualche giorno nella sua terra natale. E Segantini risponde nellagosto del
1891: «Simmagini, non passa un giorno che io non vi pensi; forse chissà
che un giorno possa venire, ma vorrei vedere il sole sul mio paese, e non
tremare; allora stia certo che la prima visita che farò sarà a Lei, in memoria
dei suoi ripetuti inviti». Egli temeva infatti di figurare ancora cittadino
austriaco, renitente alla leva, e di incorrere quindi, rientrando in Trentino,
in qualche guaio giudiziario. Zippel si attiva, attraverso canali burocratici
diversi, fino ad assicurare il maestro che nulla più ostava ad un suo viaggio
in Trentino. Nel luglio del 1898 egli scrive a Vittorio Zippel: «Carissimo
ed egregio amico, mai lettera mi fu più gradita della Sua ultima: sono dunque
libero di entrare nel mio paese, nella patria mia, dopo più di trentanni.
Come ci volerei subito se mi fosse possibile; ma non mi è possibile; i gravi
impegni presi per i miei lavori in corso me lo impediscono». Nel 1898
scrive anche alling. Carlo Marchetti, podestà di Arco: «Il ricordo del
mio paese mi accompagnò sempre nella mia triste infanzia e fu come il sole
interno la cui luce è ancora quella che illumina lopera mia». Nello
stesso anno invia un lettera da Maloja al dott. Tommaso Bresciani di Arco: «Tengo
nelle mani parecchie opere alle quali lavoro accanitamente
e dovranno essere
finite nellaprile del 1899. Allora soltanto potrò concedermi la gioia grande
di rivedere la mia patria ed il mio caro paese nativo e stringere la mano amica
che Ella mi porge». In una conferenza tenutasi ad Arco nel febbraio del
1899, lo stesso dott. Bresciani annunciava: «E Arco sarà superba di
accogliere e onorare questo cittadino che, partito orfanello povero e oscuro,
ritorna cinto di gloria a rivedere il sogno della sua fanciullezza». Ma un
tragico destino doveva impedire lavverarsi di questo desiderio.
La sua ricerca di luce lo spinge il 18 settembre del 1899 a salire ai 2.700
metri dello Schafberg; per lavorare al suo grande capolavoro, Il Trittico.
Quando già aveva cominciato a dipingere, un violento attacco di peritonite
stronca purtroppo la sua forte fibra: Giovanni Segantini muore il 28 settembre,
assistito dallamico dottor Oskar Bernhard, dal figlio Mario e dalla sua
compagna Bice.
Ugo Ojetti, grande critico darte e giornalista, nel commemorarlo a Trento
qualche mese dopo, affermava: «La sua vita è stata uguale al suo sogno. La
sua vita è stata sincerità
Gloriatelo, o Trentini, con monumenti e con inni
Ma
più glorificatelo imitandolo nella tenacia della speranza perché uomini e
città in tanto sono degne di vivere in quanto non perdono un solo minuto,
nemmeno nella notte più fosca, nemmeno sotto i nembi più grevi, la speranza
del sole».
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